Il patto parasociale è l’accordo con cui i soci di una società, tutti o solo alcuni, regolano tra loro aspetti che lo statuto non disciplina o disciplina in modo generico: come votare in assemblea, a quali condizioni vendere le quote, cosa succede se un founder lascia il progetto, come uscire tutti insieme se arriva un acquirente. Per una startup è spesso il documento più importante dopo l’atto costitutivo, perché è lì che si decide chi comanda davvero e come si divide il valore quando le cose vanno bene (o male). In questa guida vediamo cosa dice la legge, quali clausole non possono mancare, cosa mettere nel patto e cosa nello statuto e quali effetti fiscali tenere presenti.
Cos’è un patto parasociale e perché si chiama così
Il nome dice già molto: “para” sociale, cioè accanto al contratto sociale ma fuori da esso. Lo statuto è pubblico, depositato al Registro delle imprese, vincola la società e tutti i soci presenti e futuri. Il patto parasociale, invece, è un contratto privato tra le persone che lo firmano. Nessuno è obbligato a renderlo pubblico (salvo i casi che vedremo), e può essere modificato senza passare dal notaio.
Questa natura privata porta con sé un limite preciso. Il patto ha efficacia obbligatoria, non reale: vincola solo chi lo ha sottoscritto e non è opponibile alla società né ai terzi. Facciamo un esempio concreto. Se un socio si era impegnato a non vendere le quote per due anni e invece le vende, la cessione resta valida. L’acquirente diventa socio a tutti gli effetti. Gli altri firmatari potranno chiedere il risarcimento del danno o far scattare le penali previste, ma non annullare la vendita.
È per questo che, in una startup, la vera domanda non è “facciamo un patto parasociale?”, ma “quali regole mettiamo nel patto e quali nello statuto?”. Ci torniamo più avanti.
Cosa dice la legge: l’articolo 2341-bis del codice civile
La disciplina generale sta nell’articolo 2341-bis del codice civile, introdotto con la riforma del diritto societario del 2003. La norma individua tre tipologie di patti che, “al fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società”, riguardano le società per azioni e le società che le controllano:
- sindacati di voto: patti che hanno per oggetto l’esercizio del diritto di voto;
- sindacati di blocco: patti che pongono limiti al trasferimento delle azioni;
- patti di controllo: patti che hanno per oggetto o per effetto l’esercizio, anche congiunto, di un’influenza dominante sulla società.
Per questi patti la legge fissa una durata massima di cinque anni, rinnovabili alla scadenza. Se il patto non indica un termine, l’art. 2341-bis prevede che ciascun contraente possa recedere con un preavviso di centottanta giorni. L’articolo successivo, il 2341-ter, impone invece forme di pubblicità per le società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, mentre per le società quotate valgono le regole più stringenti del Testo unico della finanza, con durata massima di tre anni e obblighi di comunicazione.
E nelle srl?
La maggior parte delle startup italiane è una srl, e qui la legge tace. Non esiste una norma che disciplini espressamente i patti parasociali nelle srl, e non è pacifico che il limite dei cinque anni si applichi automaticamente. Il consiglio pratico, però, è semplice: prevedere comunque una durata definita, collegata a eventi concreti come la chiusura di un round, un’exit o un certo numero di anni. Un patto a tempo indeterminato espone al rischio che un socio receda proprio nel momento meno opportuno.
Le clausole che contano in una startup
Un patto parasociale per una società tradizionale e uno per una startup che deve raccogliere capitale sono due documenti molto diversi. Nel secondo caso le clausole tipiche arrivano quasi tutte dalla prassi del venture capital. Ecco quelle che incontriamo più spesso, divise per funzione.
Clausole sul trasferimento delle quote
- Lock-up: divieto di vendere le quote per un certo periodo, di solito due o tre anni. Serve a garantire agli investitori che i founder restino a bordo.
- Prelazione: diritto degli altri soci di acquistare per primi, alle stesse condizioni, le quote messe in vendita.
- Tag-along (diritto di co-vendita): se il socio di maggioranza vende, i soci di minoranza possono vendere insieme a lui alle stesse condizioni. È la tutela tipica di chi ha piccole quote.
- Drag-along (diritto di trascinamento): se arriva un’offerta per il 100% della società e la maggioranza la accetta, anche la minoranza è obbligata a vendere. È la clausola che rende possibile un’exit pulita.
Clausole sui founder e sul team
- Vesting: le quote del founder “maturano” nel tempo. Chi esce prima del previsto conserva solo la parte già maturata.
- Good leaver e bad leaver: stabiliscono a che prezzo il socio che lascia deve cedere le quote, distinguendo tra uscita “virtuosa” (malattia, licenziamento senza giusta causa) e uscita “colpevole” (dimissioni anticipate, violazione della non concorrenza).
- Non concorrenza e non sollecitazione: impegni a non avviare attività concorrenti e a non portare via clienti o collaboratori, con limiti di durata e territorio ragionevoli.
Clausole sulla governance e sugli investitori
- Nomina degli amministratori: chi indica i membri del consiglio e quanti.
- Materie riservate: decisioni (nuovi aumenti di capitale, budget, assunzioni rilevanti, operazioni straordinarie) che richiedono il voto favorevole dell’investitore.
- Anti-diluizione: protegge l’investitore se in un round successivo la società viene valutata meno.
- Liquidation preference: in caso di vendita o liquidazione, l’investitore recupera per primo il capitale versato.
- Deadlock: meccanismi per uscire da uno stallo tra soci paritetici, come la clausola “russian roulette” o il ricorso a un arbitratore.
Molte di queste clausole, se scritte male, fanno più danni che altro. Un drag-along senza un prezzo minimo, per esempio, può costringere un socio a vendere a condizioni svantaggiose. La definizione di patto parasociale del glossario di Borsa Italiana ricorda che la funzione di questi accordi è stabilizzare gli assetti proprietari: ogni clausola va valutata in quest’ottica, non copiata da un modello.
Patto parasociale o statuto: cosa mettere dove
Questa è la domanda che ci viene fatta più spesso, ed è quella su cui si commettono gli errori più costosi. La regola generale è questa: tutto ciò che deve valere anche verso i terzi e verso i soci futuri va nello statuto; tutto ciò che è riservato o che cambia spesso può stare nel patto.
- Nello statuto: prelazione, gradimento, tag-along e drag-along quando si vuole che siano opponibili a chiunque acquisti le quote, categorie di quote con diritti diversi (possibili nelle srl startup innovative e PMI), clausole di riscatto.
- Nel patto: sindacati di voto, impegni di non concorrenza, obblighi di permanenza e vesting, meccanismi di valutazione, penali, riservatezza, piani di incentivazione.
Nella pratica si lavora con i due documenti in parallelo, e le clausole devono parlarsi. Immaginiamo una srl con tre founder e un patto parasociale con un drag-along molto dettagliato, mentre lo statuto non prevede nulla. Arriva un’offerta di acquisto, ma nel frattempo uno dei soci ha ceduto le sue quote a una società a lui riconducibile, che non ha firmato il patto. Il drag-along non è applicabile al nuovo socio e l’operazione rischia di bloccarsi per mesi. Se la clausola fosse stata anche nello statuto, il nuovo socio sarebbe stato vincolato. Il tema del coordinamento con lo statuto è centrale anche nella nostra pagina sullo statuto della startup innovativa.
Gli aspetti fiscali da non trascurare
Il patto parasociale è un documento giuridico, ma le sue clausole hanno conseguenze fiscali dirette. Chi le trascura rischia di scoprirle al momento dell’exit.
Vesting e remunerazione in equity
Quando le quote vengono assegnate a dipendenti, collaboratori o amministratori come forma di compenso, il loro valore normale costituirebbe in linea di principio reddito tassabile. Per le startup innovative e le PMI innovative esiste però il regime del work for equity, previsto dall’art. 27 del D.L. 179/2012: il reddito derivante dall’assegnazione di strumenti finanziari a questi soggetti non concorre alla formazione del reddito imponibile, né ai fini fiscali né contributivi, a condizione che gli strumenti non siano riacquistati dalla società o da soggetti collegati. I dettagli dello Startup Act sono raccolti nella pagina del MIMIT sulla normativa delle start-up innovative. Il coordinamento tra patto e regime fiscale è essenziale: una clausola di riscatto in caso di bad leaver, se non costruita correttamente, può far perdere il beneficio.
Cessione delle quote e plusvalenze
Tag-along, drag-along e clausole di leaver portano, prima o poi, a una cessione di quote. Per le persone fisiche la plusvalenza da cessione di partecipazioni è in genere tassata con imposta sostitutiva del 26%. Il prezzo fissato dal patto (per esempio il valore nominale in caso di bad leaver) può divergere dal valore di mercato, e questo va gestito anche sul piano delle imposte indirette e delle possibili contestazioni. Chi pensa a un’uscita può valutare anche la rivalutazione delle partecipazioni per ridurre la plusvalenza tassabile.
Investitori e agevolazioni
Se la startup è iscritta come innovativa, gli investitori possono beneficiare di detrazioni e deduzioni legate all’obbligo di mantenere la partecipazione per almeno tre anni. Un lock-up più breve o un drag-along esercitabile prima di questo termine può creare conflitti con le agevolazioni: meglio saperlo prima di firmare. Ne parliamo nella pagina dedicata a chi vuole investire in startup innovative.
Come si redige un patto parasociale efficace
Non esiste una forma obbligatoria: il patto può essere concluso anche verbalmente. Ma un patto non scritto è, in pratica, un patto che non esiste. Ecco il percorso che seguiamo di solito.
- Mappatura degli obiettivi: cosa vogliono i founder, cosa chiede l’investitore, quali scenari di uscita sono realistici.
- Analisi dello statuto: cosa è già previsto, cosa va modificato, cosa deve restare riservato.
- Redazione delle clausole con definizioni precise (cosa si intende per “valore di mercato”, “giusta causa”, “cambio di controllo”).
- Simulazione degli scenari: cosa succede se un founder esce al secondo anno? Se arriva un’offerta a una valutazione più bassa del round precedente?
- Penali e rimedi: poiché il patto non è opponibile ai terzi, le penali sono spesso l’unico vero deterrente.
- Firma e aggiornamento: il patto va rivisto a ogni round, a ogni ingresso o uscita di un socio rilevante.
Vale la pena ricordare che il patto è uno strumento vivo. Quello firmato al pre-seed tra tre amici difficilmente regge all’ingresso di un fondo, e va rinegoziato. Anche per questo conviene che chi segue la contabilità e la fiscalità della società sia coinvolto fin dall’inizio, come accade quando ci si affida a un commercialista specializzato in start up.
Gli errori più frequenti
In oltre dieci anni di lavoro con startup e investitori, questi sono gli errori che vediamo tornare più spesso:
- modelli anglosassoni tradotti alla lettera, con istituti che nel diritto italiano non funzionano o funzionano diversamente;
- clausole di trasferimento solo nel patto, mai riportate nello statuto;
- assenza di una durata, con il rischio di recesso improvviso;
- vesting e leaver senza un meccanismo di valutazione chiaro;
- nessuna penale, che rende il patto un impegno solo morale;
- nessuna verifica degli effetti fiscali per founder, dipendenti e investitori.
Detto questo, un patto scritto bene non serve solo nei momenti di crisi. Serve soprattutto a far lavorare tranquilli i soci, perché le regole del gioco sono chiare prima che nascano i problemi.
Riepilogo dei punti chiave
Il patto parasociale è un accordo privato tra soci che regola voto, trasferimento delle quote e governance al di fuori dello statuto. Ha efficacia solo tra le parti firmatarie: se violato, dà diritto al risarcimento o alle penali, ma non rende invalidi gli atti compiuti verso terzi. Per le spa l’art. 2341-bis c.c. fissa una durata massima di cinque anni e, se il patto è a tempo indeterminato, il recesso con preavviso di 180 giorni; per le srl manca una norma espressa ed è prudente prevedere comunque una durata definita. Nelle startup le clausole chiave sono lock-up, prelazione, tag-along, drag-along, vesting, good e bad leaver, materie riservate, anti-diluizione e liquidation preference. Le regole che devono valere verso chiunque vanno riportate nello statuto. Sul piano fiscale contano il regime del work for equity, la tassazione delle plusvalenze da cessione e il coordinamento con le agevolazioni per chi investe in startup innovative.
Domande frequenti sul patto parasociale
Il patto parasociale è valido anche nelle srl?
Sì. Anche se l’art. 2341-bis del codice civile si riferisce alle società per azioni, i soci di una srl possono stipulare patti parasociali in base alla libertà contrattuale. Manca una disciplina specifica, quindi è opportuno fissare con attenzione durata, penali e coordinamento con lo statuto.
Quanto può durare un patto parasociale?
Nelle spa e nelle società che le controllano la durata massima è di cinque anni, rinnovabili. Se il patto non prevede un termine, ogni contraente può recedere con un preavviso di 180 giorni. Nelle società quotate il limite è di tre anni. Per le srl non esiste un limite espresso, ma è buona pratica indicare comunque una scadenza.
Cosa succede se un socio viola il patto parasociale?
L’atto compiuto in violazione, come una vendita di quote o un voto in assemblea, resta valido verso la società e i terzi. Gli altri firmatari possono agire per il risarcimento del danno o applicare le penali previste nel patto. Per questo è importante inserire penali adeguate e riportare nello statuto le clausole che devono essere opponibili a tutti.
Che differenza c’è tra patto parasociale e statuto?
Lo statuto è pubblico, vincola la società e tutti i soci presenti e futuri e si modifica con delibera assembleare davanti al notaio. Il patto parasociale è un contratto privato che vincola solo chi lo firma, può restare riservato e si modifica con il semplice accordo delle parti.
Il patto parasociale va depositato al Registro delle imprese?
In generale no. L’obbligo di pubblicità riguarda le società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, ai sensi dell’art. 2341-ter del codice civile, e le società quotate secondo il Testo unico della finanza. Per una startup non quotata il patto resta di norma riservato tra le parti.
Quali clausole non devono mancare in un patto tra founder di una startup?
Le più importanti sono vesting delle quote, clausole di good e bad leaver con un criterio di valutazione chiaro, lock-up, prelazione, tag-along e drag-along, impegni di non concorrenza, regole di governance e un meccanismo per risolvere gli stalli decisionali.
Il momento giusto per scriverlo è prima di averne bisogno
Il patto parasociale è lo strumento che trasforma una stretta di mano tra founder in regole chiare, e che permette a un investitore di entrare in società sapendo come funzioneranno le decisioni e l’uscita. Scriverlo quando i rapporti sono buoni costa molto meno che negoziarlo quando sono già tesi. Le indicazioni di questa guida sono aggiornate a settembre 2026 e vanno sempre calate sul caso concreto, coordinando patto, statuto e fiscalità della società e dei soci.
Richiedi consulenza: contatta lo studio del Dott. Giacomo Goria per impostare o rivedere il patto parasociale della tua startup.


