Come noto, le criptovalute sono entrate nel mirino delle autorità europee con crescente attenzione. D’altronde, non si tratta solo di tutelare gli investitori, ma di garantire che i flussi di denaro digitale non diventino uno strumento per aggirare le leggi. In Europa, però, meno di un Paese su due è in grado di identificare in modo completo mittente e destinatario di una transazione in criptovaluta. È quanto emerge dal nuovo rapporto del Comitato antiriciclaggio del Consiglio d’Europa, noto come Moneyval, che ha analizzato le pratiche operative di 25 Paesi.
Cosa prevede la Travel Rule
Al centro del dibattito c’è una norma specifica, chiamata Travel Rule, prevista dalle raccomandazioni internazionali del Gafi, il principale organismo mondiale nella lotta al riciclaggio. In pratica, questa regola obbliga chi gestisce trasferimenti di criptovalute a raccogliere e trasmettere i dati di chi invia e chi riceve i fondi, esattamente come già avviene per i bonifici bancari tradizionali.
L’obiettivo è evidentemente quello di permettere alle autorità di seguire il percorso del denaro e intervenire in caso di attività illecite. Tuttavia, solo il 46% dei Paesi europei esaminati ha reso concretamente operativa questa misura.
I progressi ci sono, ma restano falle importanti
Il quadro normativo europeo ha fatto passi avanti significativi. Oggi l’81% dei Paesi richiede una licenza o una registrazione per chi opera nel settore delle criptovalute, e oltre il 90% ha individuato un’autorità preposta alla vigilanza. Il problema non è tanto l’assenza di regole, ma la loro applicazione concreta. Restano attivi molti operatori non autorizzati (spesso attraverso piattaforme offshore o strutture difficili da ricondurre a un responsabile) e le azioni per contrastarli sono ancora limitate e disomogenee da Paese a Paese.
I rischi emergenti: dal riciclaggio all’elusione delle sanzioni
Il riciclaggio di denaro si sposta sempre di più verso gli asset digitali. Tra i rischi più preoccupanti segnalati dal rapporto c’è l’utilizzo delle criptovalute per aggirare sanzioni finanziarie internazionali, sfruttando la velocità dei trasferimenti, l’uso di intermediari non regolati e la possibilità di convertire rapidamente valute digitali in denaro tradizionale.
A questi si aggiungono frodi su larga scala, finanziamento di attività criminali e persino il rischio di connessioni con la proliferazione di armi. Un ecosistema complesso che le autorità faticano a tenere sotto controllo.
La sfida vera è l’applicazione delle regole
Il rapporto Moneyval è chiaro su un punto: l’architettura normativa è ormai in larga parte definita, ma la vera sfida è trasformare le regole in controlli efficaci. Le segnalazioni di operazioni sospette da parte degli operatori cripto sono spesso di qualità non omogenea, le capacità investigative variano notevolmente tra un Paese e l’altro, e la cooperazione internazionale non è sempre tempestiva. Nel frattempo, la tecnologia avanza a un ritmo che rende difficile stare al passo.
Cosa significa tutto questo per chi opera con le criptovalute
Per privati e imprese che utilizzano asset digitali, questo scenario ha implicazioni concrete. Rispettare le normative vigenti, in materia di antiriciclaggio, identificazione e tracciabilità, non è solo un obbligo di legge, ma una tutela per chi opera correttamente. Muoversi in modo consapevole in questo contesto richiede competenze aggiornate e una guida professionale affidabile.
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